A Putin ciò che è di Putin
L’apertura democratica, il fermento politico, la rupture, il rinnovamento chiesto a gran voce dalla classe media russa scesa in strada a Mosca, anche se fanno meno ventidue gradi sotto lo zero, sono tutte cose che ci sono congeniali a qualsiasi latitudine. Però, prima di parlare di “inizio della fine di Putin”, come fa l’Economist in edicola da ieri, è il caso di dare al primo ministro quello che è del primo ministro.
8 AGO 20

L’apertura democratica, il fermento politico, la rupture, il rinnovamento chiesto a gran voce dalla classe media russa scesa in strada a Mosca, anche se fanno meno ventidue gradi sotto lo zero, sono tutte cose che ci sono congeniali a qualsiasi latitudine. Però, prima di parlare di “inizio della fine di Putin”, come fa l’Economist in edicola da ieri, è il caso di dare al primo ministro quello che è del primo ministro. Anzi, se leggete questo editoriale dopo domenica: è il caso di dare al presidente quello che è del presidente, perché l’elezione è sicura (eh sì, l’Economist usa toni severissimi, ma con il Cremlino c’è una vecchia ruggine petrolifera).
L’opposizione in piazza agita ragioni condivisibili di andamento democratico, arricchite da considerazioni strategiche che gettano una vernice opaca sull’operato di Putin a più livelli, dalla gestione ultraoligarchica del potere fino alla politica estera punteggiata di amicizie canagliesche e borderline. Non ci sfugge il peso di questi fardelli; ma nemmeno ci sfugge il senso della parabola di un leader, persino di uno Zar, che ha tratto dall’eredità dall’era postsovietica e arraffona di Boris Eltsin un paese dinamico in cui vige un sistema democratico, pur nella sua versione putiniana. Che poi è il brodo politico nel quale sono nate le proteste che tanta indignazione hanno scatenato nei benpensanti anti Putin. Con il suo ardore sviluppista, il primo ministro e presto nuovamente presidente è stato, a ben vedere, l’incubatrice della coscienza democratica di un popolo che ora manifesta il suo dissenso in piazza. Senza la lunga e pur controversa transizione di Putin, tutto questo sarebbe stato possibile? O piuttosto la Russia sarebbe troppo indietro per potersi porre il problema, assai raffinato, del corretto funzionamento della democrazia?
Un giudizio equanime sul gran dominatore della Russia non può permettere che gli aspetti più discussi della sua reputazione cancellino in un colpo il ruolo storico che il presidente ha ricoperto in una fase delicata per Mosca. Soltanto gli ingenui avrebbero osato prevedere che, dato il contesto russo, il tramonto di una fase convulsa della sua storia avrebbe prodotto d’emblée un campione della democrazia liberale. In conformità allo status di ex ufficiale del Kgb, Putin è stato un leader d’acciaio, reso progressivamente più duttile dalla crescita di una certa coscienza democratica che si giovava dei miglioramenti economici e sociali. Ora che si appresta a tornare al Cremlino, ciò in cui è lecito sperare è un’ ulteriore metamorfosi di Putin in senso democratico, mentre le forze che si agitano in piazza si coagulano in un’opposizione credibile. Ma tutto questo non ci sarebbe senza Putin. Dare al presidente quello che è del presidente, dunque.
L’opposizione in piazza agita ragioni condivisibili di andamento democratico, arricchite da considerazioni strategiche che gettano una vernice opaca sull’operato di Putin a più livelli, dalla gestione ultraoligarchica del potere fino alla politica estera punteggiata di amicizie canagliesche e borderline. Non ci sfugge il peso di questi fardelli; ma nemmeno ci sfugge il senso della parabola di un leader, persino di uno Zar, che ha tratto dall’eredità dall’era postsovietica e arraffona di Boris Eltsin un paese dinamico in cui vige un sistema democratico, pur nella sua versione putiniana. Che poi è il brodo politico nel quale sono nate le proteste che tanta indignazione hanno scatenato nei benpensanti anti Putin. Con il suo ardore sviluppista, il primo ministro e presto nuovamente presidente è stato, a ben vedere, l’incubatrice della coscienza democratica di un popolo che ora manifesta il suo dissenso in piazza. Senza la lunga e pur controversa transizione di Putin, tutto questo sarebbe stato possibile? O piuttosto la Russia sarebbe troppo indietro per potersi porre il problema, assai raffinato, del corretto funzionamento della democrazia?
Un giudizio equanime sul gran dominatore della Russia non può permettere che gli aspetti più discussi della sua reputazione cancellino in un colpo il ruolo storico che il presidente ha ricoperto in una fase delicata per Mosca. Soltanto gli ingenui avrebbero osato prevedere che, dato il contesto russo, il tramonto di una fase convulsa della sua storia avrebbe prodotto d’emblée un campione della democrazia liberale. In conformità allo status di ex ufficiale del Kgb, Putin è stato un leader d’acciaio, reso progressivamente più duttile dalla crescita di una certa coscienza democratica che si giovava dei miglioramenti economici e sociali. Ora che si appresta a tornare al Cremlino, ciò in cui è lecito sperare è un’ ulteriore metamorfosi di Putin in senso democratico, mentre le forze che si agitano in piazza si coagulano in un’opposizione credibile. Ma tutto questo non ci sarebbe senza Putin. Dare al presidente quello che è del presidente, dunque.